Il Piemonte custodisce un patrimonio ampelografico costruito nei secoli: vitigni autoctoni che portano nel proprio genoma l'adattamento al suolo, al clima, alla geografia di queste colline. Preservare questa identità significa vinificare ogni varietà separatamente, restituirle la possibilità di esprimere il codice identitario del territorio.
Carlo Castino lo aveva capito negli anni Settanta, quando chiamò i professori dell'Università di Pisa a studiare i suoli e decise dove piantare cosa: sabbie magre per alcune varietà, marne più fresche per altre. Una zonazione antesignana, prima che diventasse prassi. Oggi continuiamo a vinificare in purezza i vitigni autoctoni piemontesi perché crediamo sia il modo più onesto per valorizzare e diffondere questo patrimonio – riconoscere che ogni vitigno ha un frammento di territorio da raccontare.
Nebbiolo: la nobiltà del tempo
Il Nebbiolo definisce l'identità enologica del Piemonte più di ogni altra varietà. Le prime testimonianze scritte risalgono al XIII secolo, quando nei documenti medievali compare come "Nibiol" e "Nebiolium", già riconosciuto come uva di pregio. Il nome si presta a diverse interpretazioni: la nebbia autunnale della vendemmia tardiva, la pruina che ricopre gli acini maturi, o il latino "nobilis" che ne richiama la vocazione aristocratica.
È un vitigno esigente: richiede terreni calcareo-argillosi ben esposti, altitudini tra i 200 e i 450 metri, e una maturazione lunghissima che si completa solo a ottobre inoltrato. La buccia spessa e ricca di tannini conferisce ai vini struttura robusta e straordinaria capacità evolutiva, rendendo il Nebbiolo paragonabile al Pinot Nero per complessità e longevità.
Il 75% della produzione mondiale si concentra in Piemonte. Nei nostri cru di Monvigliero, Roncaglie e Canova sviluppa vini profondi dove la freschezza si intreccia a tannini fini e a un profilo aromatico che spazia dalla viola alla ciliegia, dalle spezie ai sentori terrosi, fino alle note di cuoio e tabacco che emergono con l'affinamento.
Freisa: la sorella sanguigna del Nebbiolo
La Freisa incarna lo spirito più vivace del Piemonte vitivinicolo. Compare nei tariffari doganali di Pancalieri del 1517 con il nome di "Fresearum", già stimata il doppio delle altre uve. Il nome deriva da "fresia" (fragola), in riferimento al colore e al profilo aromatico intensamente fruttato.
Ciò che la rende particolarmente interessante è la recente scoperta di uno stretto legame con il Nebbiolo: le due varietà condividono circa il 75% del patrimonio genetico. Questa affinità spiega alcune caratteristiche comuni, come la capacità di invecchiamento; al tempo stesso ne mette in luce le differenze stilistiche. Dove il Nebbiolo sviluppa complessità con il tempo, la Freisa esprime fin da giovane un carattere più ribelle e vivace.
Al naso emergono profumi di lampone, ciliegia e fragola, accompagnati da note floreali di rosa e violetta. Al palato la Freisa è fresca e verticale, con acidità spiccata e tannino fine. La tipica nota amarognola sul finale è uno dei tratti distintivi, insieme a quella vivacità quasi sanguigna che la rende perfetta per i piatti più ricchi della tradizione piemontese.
Barbera: dal vino del popolo all'icona piemontese
La Barbera è l'anima democratica e generosa del Piemonte. Le prime attestazioni risalgono al 1249, in un contratto d'affitto conservato a Casale Monferrato dove si parla di "viti barbesine". Dalla fine dell'Ottocento si diffonde rapidamente su tutto il territorio piemontese, grazie alla straordinaria adattabilità ai diversi terreni e alla resistenza alla fillossera.
Ciò che l'ha resa il vitigno piemontese per eccellenza è la capacità di produrre vini molto diversi a seconda della zona e della gestione agronomica. La buccia – spessa e ricca di sostanze coloranti, povera di tannini – conferisce ai vini colore intenso e struttura morbida, sostenuta principalmente dall'acidità. È proprio questa alta acidità naturale a rendere la Barbera versatile e longeva: nei vini giovani contribuisce a freschezza immediata; nelle versioni più strutturate permette al vino di evolvere per anni.
Per decenni è stata il vino quotidiano per eccellenza, presente sulle tavole contadine. Questa dimensione popolare ha a lungo oscurato il suo potenziale qualitativo; solo dagli anni Ottanta un gruppo di produttori ha cominciato a credere che dalla Barbera si potessero ottenere vini di grande struttura e complessità. Carlo Castino aveva già capito che in una fetta di circa tre ettari la Barbera veniva diversa, con qualcosa in più. Da lì sono nate La Bogliona – prima Barbera d'Asti Superiore firmata Scarpa e simbolo di un nuovo approccio alla longevità – e I Bricchi, che porta il nome della tenuta e ne racconta l'identità varietale. Oggi la Barbera Scarpa si presenta in una gamma che va dalle versioni fresche come Briccomora alle interpretazioni più complesse e stratificate: da vino di massa a icona riconosciuta in tutto il mondo.
Ruchè: l'aromaticità complessa del Monferrato
Il Ruchè è probabilmente il vitigno più enigmatico tra quelli coltivati in Piemonte, con un'identità territoriale fortissima e un profilo aromatico che lo distingue da tutte le altre varietà. Le origini restano avvolte nel mistero: alcune fonti lo fanno risalire al Settecento, altre lo considerano autoctono da sempre presente nelle colline tra Castagnole Monferrato e Portacomaro. Ha trovato nella zona di Castagnole il suo habitat d'elezione, tanto da ottenere nel 1987 la DOCG riservata esclusivamente a quest'area.
Ciò che rende il Ruchè davvero unico è il profilo aromatico eccezionalmente complesso. Al naso emergono intense note floreali di rosa, violetta e geranio, accompagnate da sentori speziati di pepe nero, chiodi di garofano e cannella. Al palato è elegante, con tannini fini e setosi, acidità vivace e un finale persistente.
Il risultato è un vino che si colloca in una posizione stilistica unica: capace di accompagnare una gamma molto ampia di piatti, dai formaggi erborinati alle carni speziate, dalla cucina orientale ai piatti della tradizione monferrina.




